mercoledì 9 marzo 2011

Anna Belligero - 8 marzo tutto l'anno per una vera liberazione delle donne

Anna Belligero, coordinatrice nazionale dei Giovani Comunisti

8 marzo tutto l'anno per una vera liberazione delle donne

pubblicata sul portale greco RedNotebook. 


1. Si dice che, quando non si vuole fare davvero qualcosa su un tema (in questo caso per le donne), il modo migliore è scegliere un anniversario (8 marzo). Che ne pensi? Abbiamo davvero bisogno di un anniversario in più per lavorare sui problemi delle donne? 

La giornata internazionale della donna non è un anniversario; se la pensiamo come un anniversario abbiamo già fatto il primo errore. Non è nemmeno una festa, come molte donne e molti uomini pensano, sbagliando. L'8 marzo è un altro giorno per essere donne, per lottare per i nostri diritti, per migliorare le relazioni tra i sessi e quindi, per migliorare il mondo. Esiste il rischio che la data dell'8 marzo si trasformi in un giorno in cui alle donne “tutto è concesso”, di uscire, di ricevere fiori e regali, di liberarsi del marito, padre, fidanzato per una sera, di poter parlare di sé. E' pericoloso, come tutte le ricorrenze, però può essere ancora utile nel grandissimo lavoro che ancora c'è da fare per la liberazione delle donne. Dobbiamo essere noi donne, innanzitutto, e magari anche gli uomini che con noi occupano lo spazio pubblico e fanno politica, a evitare che questa giornata diventi una ricorrenza senza senso (se non quello del mercato), ma che sia un monito per ricordarci quello che ancora non abbiamo fatto. Forse il modo più giusto per “festeggiare” l'8 marzo sarebbe quello di fare un bilancio, anno dopo anno, di quello che di buono e giusto si è fatto per i diritti e la libertà delle donne, fino a quando (speriamo!) non ne avremo più bisogno. 

2. Non sarebbe la prima volta se dicessimo che le donne sono le prime battute della crisi del capitalismo. Che succede in Italia? 

Le donne, in quanto soggetti “dominati due volte”, dall'uomo e dal capitale, sono sempre state le prime vittime delle crisi del capitale stesso, e quest'ultima non è diversa dalle altre. Oltre ad essere colpite direttamente dalla perdita del lavoro, o dalla riduzione delle ore di lavoro e quindi di salario, dalla maggiore disoccupazione rispetto agli uomini, le donne vengono colpite dalla crisi anche indirettamente. Con la crisi anche lo Stato ha meno soldi, e una delle prime cose su cui taglia è proprio il welfare, che come è noto, almeno in Italia, è già molto ridotto. Se ci sono meno soldi per le scuole saranno le donne e doversi occupare dei bambini, se ci sono meno soldi per gli anziani saranno le donne a doversi occupare di loro, togliendo tempo alla loro vita, al loro lavoro, se ce l'hanno, o, se non ce l'hanno, togliendosi ogni possibilità di trovarne uno. Oltre a questo, quando dico che lo Stato taglia sul welfare dico anche che chiude consultori pubblici e centri antiviolenza, luoghi che sono necessari per la vita e la sicurezza delle donne, soprattutto delle donne che non hanno un'autonomia economica e di reddito. 

3. Meno di un mese fa le donne in Italia hanno organizzato delle manifestazioni contro Berlusconi. Era una rinascita del femminismo o solo un' occasione per dire «Berlusconi, vai via» ? 

Il 13 febbraio in tutta Italia c'è stata una grandissima manifestazione di donne (ma c'erano anche uomini) per dire “basta!”. In effetti il confine tra “basta Berlusconi” e “basta maschilismo di Berlusconi” (ma purtroppo non solo di Berlusconi) è molto sottile. Io ho partecipato, assieme a tante altre donne del mio partito e dei movimenti femministi italiani, e l'abbiamo fatto con una nostra forte caratterizzazione. Avevamo tutte un ombrello rosso (o qualcosa di rosso) per essere diverse. Diverse da chi? Dalle donne che pensano che dobbiamo dividerci tra donne buone e donne non buone ( le prostitute), dalle donne che pensano di utilizzare un problema così grande e così profondo, come l'utilizzo e la mercificazione del nostro corpo “solo” per cacciare Berlusconi, dalle donne che non credono che il problema della relazione uomo-donna sia un problema politico. Differenziarci, non dividerci appunto. Nonostante alcune critiche, non di forma ma di sostanza, abbiamo pensato che fosse davvero importante essere in piazza con quelle donne, perchè quelle piazze erano come delle urla, contro tutto ciò che è contro le donne. Noi, donne di Rifondazione Comunista e femministe, abbiamo “urlato” delle cose che diciamo da tanto tempo, e di cui, purtroppo, le altre donne prima non si sono accorte. Magari stando vicine, nelle stesse piazze, adesso ci avranno sentite! Può essere un piccolo inizio di una ricomparsa sulla scena di un movimento femminista in Italia, che esiste ma non ha molta voce da parte dei media. Noi lavoreremo per questo, come abbiamo sempre fatto. 

4. Penso che Berlusconi, facendo ciò che fa, ha provocato anche le donne del suo partito. Non c’erano delle reazioni dalla loro parte? 

Purtroppo le donne del PDL, il partito di Berlusconi, non hanno criticato in nessun modo il premier. Anzi, hanno addirittura pensato di poter organizzare una manifestazione in sua difesa e a suo sostegno dopo quella del 13 febbraio. Posso dirlo con certezza delle donne che hanno incarichi di Governo, come le Ministre, e di molte parlamentari. Non è successo per caso, e purtroppo c'era da aspettarselo, dato il concetto di potere che ha il PDL, e che promuove. Un potere maschile, forte, un potere del leader, unico solo e indiscusso capo del partito. Se si sta in un partito organizzato in questo modo è chiaro che si è abbandonata ogni critica del potere e ogni possibilità di ribellarsi o di dissentire. Per le donne del PDL Berlusconi è sacro, qualunque cosa faccia. Loro non possono dire nulla contro quello che dice o fa Berlusconi, perchè hanno accettato questa «regola» quando sono entrate nel PDL. 

5. Benchè la sinistra di oggi sappia che i problemi delle donne non sono qualcosa da affrontare dopo il socialismo, le relazioni tra i due sessi all’interno dei partiti della sinistra non sono a priori relazioni di uguaglianza. Che fa Rifondazione ? 

Non so quanto sia vero che la sinistra abbia davvero compreso che la liberazione della donna è una priorità, almeno alla pari della liberazione dal capitalismo. Qualche volta ho dei dubbi riguardo a questa cosa, perchè un conto è dirlo, a parole, altro conto è agire e operare, nei fatti, con questa consapevolezza. La strada da fare è ancora lunga, molto lunga. Le relazioni uomo-donna, la critica al potere e alla forza, la rappresentanza paritaria dei due generi, sono punti centrali di un partito di sinistra, ma ancora troppo spesso vengono messi in secondo piano di fronte alla crisi, di fronte ai temi puramente sociali, di fronte alle questioni del lavoro, per esempio. Nei partiti di sinistra, e anche in Rifondazione Comunista, c'è di sicuro una maggiore consapevolezza, una maggiore attenzione alle questioni delle donne, ma purtroppo non possiamo ancora dire che si tratti di partiti liberati dal maschilismo. Il mio partito non è perfetto, e qui dentro noi donne dobbiamo agire ogni giorno il nostro conflitto di genere, perchè il potere maschile non allenta mai la sua presa, a destra come a sinistra. Però posso dire con altrettanta certezza che, nonostante tutto, il mio partito resta uno dei più “ospitali” per le donne, ed è una delle ragioni per cui ne faccio parte. 

6. Le donne di oggi vedono il femminismo come qualcosa di estraneo. Si può dire che non è utile parlare del femminismo al singolare, ma dei femminismi. Se questo è giusto, che tipo di femminismo ha vinto e di che tipo hanno bisogno le donne di oggi?

Su questa domanda ci sarebbe da scrivere per giorni, ma mi soffermerò su un punto, secondo me essenziale per rispondere: parlerò di uguaglianza e differenza. I primi movimenti di donne del secolo scorso sono nati intorno al principio dell'uguaglianza tra uomini e donne, forse perchè nati nell'alveo dell'uguaglianza universale che socialismo e comunismo hanno da sempre promosso. La disparità di trattamento, dentro e fuori dalla politica e dallo spazio pubblico, tra uomini e donne è stata la molla che ha fatto scattare il primo femminismo. La presa di coscienza di non essere uguali. E la battaglia è stata fatta tutta intorno alla rivendicazione della parità. Negli scorsi decenni qualcosa è cambiato, e sono state scritte leggi che provavano a mettere sullo stesso piano uomini e donne, è stata riconosciuta la parità de iure. Oggi, 40 anni dopo l'esplosione del femminismo dell'uguaglianza, che sembra avere vinto quantomeno nelle leggi e nell'immaginario collettivo, possiamo dire con certezza che le donne hanno bisogno di altro, e cioè di scoprire e praticare la propria differenza, perchè l'uguaglianza di diritti non esiste de facto. 
Il mito dell'uguaglianza ha ridotto la donna a una brutta copia dell'uomo, costringendola in regole, linguaggi, comportamenti, che erano solo a misura di uomo, e nei quali è entrata come ospite e non come padrona. Gli ultimi decenni ci hanno insegnato che la nostra libertà è davvero compiuta quando, a parità di diritti, siamo libere di poter anche riscrivere quei diritti per come servono a noi. Non siamo l'altra dall'uomo, ma siamo l'Altra rispetto all'uomo, siamo cioè entrambi, con le nostre differenze, cittadini a pieno titolo del nostro pianeta e delle nostre vite. Riscoprire e praticare la nostra differenza, rifiutare l'uguaglianza che il patriarcato ha sussunto per costruire un'altra gabbia dentro la quale tenerci ferme e zitte è l'obiettivo del femminismo oggi. Per una liberazione reale di tutte le donne del mondo, perché se faremo il socialismo senza preoccuparci di questo non sarà altro che una barbarie un po' più piccola.

lunedì 7 marzo 2011

Bari, quel non-luogo chiamato Cara

Visita al Centro di accoglienza per richiedenti asilo: per gli immigrati mesi di attesa e senso di incertezza
Bari, quel non-luogo chiamato Cara 

Liberazione 6 marzo 2011


Giovedì scorso una delegazione del Prc, guidata da Giovanni Russo Spena e accompagnata da chi scrive, ha fatto visita al Centro di Accoglienza per Richiedenti Asilo-Cara, situato presso il quartiere Palese di Bari. Al momento la struttura, che può contenere 1.400 posti, accoglie 1.331 persone per la maggior parte di provenienza tunisina e prevalentemente ha visto il transito di migranti di nazionalità nigeriana, somala, eritrea.
Anche per la presenza del Cara di Borgo Mezzanone (Fg) e del Cara-Cie di Restinco (Br), la Puglia si caratterizza come un luogo dall’elevato afflusso di immigrati, i quali considerano questa regione solo come un luogo di transito, di passaggio. Tuttavia queste strutture causano forzatamente la formazione di immigrati stanziali che sono costretti a rimanere in Puglia, in attesa del permesso di soggiorno che si fa attendere 3-4 mesi. Parallelamente, l’impegno delle istituzioni è oltremodo insufficiente a gestire e a garantire alloggi, limitando i provvedimenti a soluzioni tampone come gli alberghi diffusi.
Bari è un esempio emblematico del fenomeno di immigrati stanziali: somali, eritrei, etiopi erano costretti a dormire nei giardini di Piazza Umberto o nella stazione di Bari. Dopo mesi di questa situazione, alla fine del 2009, i migranti stanchi e disperati di vivere all’addiaccio hanno deciso di occupare l’ex Ferrhotel e l’ex Scuola Socrate di Bari, due edifici che da anni sono abbandonati al degrado e al disuso e che ora rappresentano due luoghi in cui è possibile assistere ad uno straordinario esempio di autorganizzazione ed autodeterminazione.
Bari è anche città che ospita la presenza di un Cie che negli ultimi anni è stato teatro di numerosi tentativi di “evasione” repressi duramente dalle forze dell’ordine.
Rifondazione Comunista ribadisce la necessità di chiudere questa struttura che rappresenta una vera e propria galera etnica e un luogo dove i diritti più elementari della dignità umana sono calpestati.
Tornando al Cara di Bari-Palese e ascoltando i vari rifugiati politici, il comune denominatore delle loro testimonianze è essenzialmente quello della percezione di un senso di incertezza che domina il futuro delle loro vite. I rifugiati tunisini hanno raccontato la fame e la disperazione durante il governo Ben Alì e il peggioramento delle loro vite dopo l’insurrezione popolare con un coprifuoco militare permanente in tutto il paese. Il dato più duro da rilevare sono i “Casi Dublino”: iracheni, iraniani, curdi che attendono da 11-12 mesi il riconoscimento di rifugiati politici per poter lasciare l’Italia. Una attesa che li sta consumando da dentro e che ha compromesso la loro salute mentale provata da mesi di incertezza, rendendo così necessaria per loro anche l’attivazione di assistenza e cura psichiatrica. 
E’ bene infatti comprendere il fatto che per coloro che arrivano in Italia, il nostro paese è nient’affato considerato come “Lamerica”, ma come un semplice punto di passaggio per raggiungere altri luoghi. I dati sono chiari: in Italia i rifugiati politici sono 50mila, in Germania 600mila. Quasi nessuno dei rifugiati del Cara ha infatti intenzione di rimanere in Italia, la maggior parte intende raggiungere i propri familiari nei paesi del nord Europa, Germania, Francia e Svezia in testa.
Le fasi concitate a cui stiamo assistendo, caratterizzate dall’allarmismo pressante del governo, rivela il presentimento che il razzismo politico che si mostra a questi rifugiati non sia altro che una pedina della campagna elettorale permanente che Berlusconi e la Lega Nord intendono attuare in Italia.
Questi professionisti della paura, insinuando mediaticamente il pericolo di invasioni neobarbariche, si ergono ipocritamente a tutori della salvaguardia della nazione italica. Trascurando completamente l’importanza di comprendere le ragioni che spingono uomini e donne ad abbandonare la propria casa, i propri familiari, la propria vita, per fuggire verso l’incertezza dell’ignoto per il futuro della propria esistenza.
A fronte del fatto che la nostra terra rappresenta un polo di approdo di migliaia di migranti, gli sforzi che la Regione Puglia e gli enti locali promuovono in merito sono assolutamente inadeguati e insufficienti.

Sabino De Razza*, Vito Leli**
*segretario provinciale Prc Bari
**portavoce Gc Bari

venerdì 25 febbraio 2011

L. Palmisano: «Ma quale invasione dell’Italia: costruiamo il futuro qui in Libia»

Leonardo Palmisano

«Ma quale invasione dell’Italia: costruiamo il futuro qui in Libia»
Su internet le paure e la voglia di democrazia delle giovani generazioni

Liberazione 25 febbraio 2011


Il Maghreb è esploso, infine, come non tutti avevano previsto e secondo una direttrice impensabile fino a poco più di due settimane fa. Anche la Libia, che era di sicuro il più solido dei paesi, vede adesso sparire la certezza della tenuta di un sistema economico e politico autocentrato.
Pure, la Libia di Gheddafi canta un altro racconto della rivolta: più degli altri, i rivoltosi libici hanno messo in luce le contraddizioni profonde tra Stato uno autocratico bene inserito nel Mercato mondiale del petrolio e del denaro, e un crescente desiderio di democrazia nei paesi sub occidentali. A differenza della Tunisia e dell’Egitto, Gheddafi ha definito da tempo il suo ruolo sullo scacchiere euromediterraneo come protagonista d’assalto di quote, partecipazioni in holding bancarie e non solo. Questo fatto, conosciuto dai libici per via della forte propaganda del rais, ha cominciato a stridere con le condizioni reali della popolazione, soprattutto laddove essa è più colta e tendenzialmente più libera come a Bengasi. Allora ecco i soccorritori italiani di Gheddafi, Berlusconi e Frattini, interessarsi a malapena delle condizioni dei rivoltosi, ma temere un’invasione di immigrati dal Maghreb, dunque minacciare una chiusura totale delle frontiere se non c’è un intervento dell'Ue. Frattini spara una cifra che varierebbe dai 250 ai 350mila migranti pronti a salire verso l’Italia attraverso i labili confini tunisini, imbarcandosi sulle balancies – le carrette – ormeggiate nei porticcioli. Questo è impensabile e insostenibile per almeno due motivi: non ci sono barche sufficienti, né navi, a spostare un simile contingente di popolazione verso la Sicilia e la Calabria, e non vi è un così forte movimento di gente al confine tra Tunisia e Libia.
Qualche migliaio, forse qualche decina di migliaia approfitta dei contrabbandieri, dei carovanieri che solcano il Sahara, ma non di più. Raggiunti via facebook, questi migranti parlano non di una emergenza umanitaria, ma di un disperato bisogno di libertà, prima che di sicurezza.
Non sono stati cacciati dalle loro case di Zuara o Nalut, per salire verso Zarzis, poi Sfax, passando per Djerba: hanno deciso di spostarsi prima che la repressione li raggiunga perché in Libia regna l’incertezza. Non c’è una leadership riconosciuta tra gli oppositori, e questo è noto alla popolazione. Per questo il rais evoca una regia oscura e straniera, ma non è così, e non può essere così.
Se c’è un regista, beh, si chiama incertezza. Questa incertezza del futuro fa temere più un attacco statunitense che una repressione violenta da parte del raìs in caso di ristabilimento dell’ordine. È paradossale, ma le voci che circolano tra la Libia e la Tunisia sono quelle del timore montante di un intervento di peace keeping che sconvolga ulteriormente i già precari equilibri nell’area meridionale del Mediterraneo. Per questo, ci dicono di non confidare più nel viaggio verso l’Italia come soluzione definitiva, ma come fuga temporanea e per niente gradevole verso un paese alleato del dittatore. La voce dei migranti è quella di nugoli di giovani decisi a uscire dal torpore delle dittature per costruire democrazie nei loro paesi senza che l’Occidente ne esporti i suoi deficitari modelli con il rombo degli aerei e delle bombe.
Temono il roboante sconquasso di una guerra con l’Occidente, perché non si sentono in guerra civile, ma nel giusto di una rivolta che deve scuotere fin nelle fondamenta un sistema quarantennale di potere violento, repressivo, a suo modo fascista. Temono e ce lo dicono, ce lo comunicano con i mezzi del presente: facebook, soprattutto, ma anche mail, sms. «Noi siamo la Libia vera, non lui!», ci hanno urlato in chat, prima del coprifuoco telematico. Prima di una nuova notte oscura nel paese dove a tagliare la cortina dell’oscurantismo del rais sono le fiamme delle molotov del popolo che poco possono contro le affilate lingue di fuoco dei razzi sparati dall’alto sui manifestanti.

venerdì 28 gennaio 2011

Striscioni contro Israele : chi sono gli autori?

Striscioni contro Israele : chi sono gli autori?

Nella giornata della memoria sono stati appesi striscioni contro Israele al cavalcavia di Corso Cavour, nel pieno centro di Bari. E’ un fatto decisamente deprecabile, che offende e avvilisce la memoria dei crimini del nazifascismo e delle vittime dell’olocausto, ebrei, comunisti, omosessuali, rom…
D’altra parte, il fatto che non vi sia alcuna rivendicazione impedisce al momento di risalire agli autori. Per questo non si capisce sulla base di quali elementi la Questura e la Digos ne attribuiscano pubblicamente la paternità al contesto della sinistra antagonista. Ci sembra quanto meno incauto e ci ricorda tristemente quel periodo di circa quarant’anni fa, quando automaticamente gli autori delle stragi (fasciste) venivano identificati nella sinistra, salvo scoprire in seguito che mandanti ed esecutori erano da ricercare altrove. Ancora una volta potrebbe essere il pregiudizio e l’equivoco ad orientare la lettura dei fatti.
Rappresento un partito, Rifondazione Comunista, che si onora dell’amicizia con il popolo palestinese e ne sostiene la causa contro la politica di occupazione e di oppressione del governo israeliano. Ciò non ha nulla a che vedere con la banalizzazione e la strumentalizzazione di quella immane tragedia che fu il nazifascismo, la cui memoria va custodita e tramandata come monito contro i nuovi fascismi, i cui rigurgiti, anche nella nostra città, ci sembrano sottovalutati.

Bari, 28 gennaio 2011
Sabino De Razza
Segretario Provinciale PRC Bari

mercoledì 19 gennaio 2011

Marchionne: "La mia sfida per la nuova Fiat: salari tedeschi e azioni agli operai"

"La mia sfida per la nuova Fiat: salari tedeschi e azioni agli operai"

Repubblica 18 gennaio 2011

TORINO - DOTTOR Marchionne, lei ha vinto il referendum, ma mezza fabbrica le ha votato contro. Eppure era in ballo il lavoro, il posto, il destino di Mirafiori. Si aspettava questo risultato?

"Io so che il progetto della Fiat è passato, perché ha convinto la maggioranza. Questo è ciò che conta. Per il resto, chi è stato qui con me fino alle tre e mezza di notte, venerdì, sa che non ho mai dato il risultato per scontato. Anzi, le confido una cosa. Quando me ne sono andato a casa per provare a dormire (poi sono stato sveglio fino alle sei e mezza del mattino) ho lasciato sul tavolo due comunicati. Uno se prevaleva il sì. L'altro se vinceva il no".

E davvero in caso di sconfitta la Fiat sarebbe andata via da Mirafiori?

"Non c'è alcun dubbio. E non certo per una ridicola rivincita. Semplicemente, non avremmo avuto altra scelta".

Ma si possono mettere i lucchetti ad una fabbrica per una sconfitta sindacale, e non per una legge di mercato?

"Ma lei sa quanta legge di mercato ci sarebbe stata dietro quella scelta? Di cosa stiamo parlando? Non è un problema di lucchetti e tantomeno di muscoli. Cosa dovevo fare? Avrei detto venga qui chi vuole, chi è più bravo di me, usi questi spazi per far meglio. Ma io certo non
mi sarei seduto a rinegoziare con il sindacato".

E perché no, se magari si intravedeva la strada di un accordo?

"Perché questo contratto c'è già a Pomigliano, e io non posso avere due sistemi diversi per la stessa azienda e lo stesso lavoro".

E adesso che invece ha vinto, non le viene in mente di sedersi a un tavolo e allargare il consenso, recuperando quella metà di fabbrica che non ci sta, come le chiedono in molti?

"Più che altro, io non capisco. Non sono un ingenuo, ma sinceramente non capisco. E' la logica del retrade, del negoziato continuo per il negoziato, non per arrivare a un risultato. Sono allibito. Mi dispiace, ma sabato mattina alle sei le urne hanno detto che il sì ha avuto la maggioranza. Il discorso è chiuso, anche se dentro quella maggioranza molti cercano il pelo nell'uovo".

E' più di un pelo, e lei lo sa bene. Senza gli impiegati il sì sarebbe passato con uno scarto di appena 9 voti. Cosa vuol dire questo?

"Niente. Possiamo esercitarci all'infinito, togliere i lavoratori alti, quelli bassi, quelli coi
baffi. Conta il saldo, cioè il risultato, nient'altro".

Ci sono due questioni dentro quel saldo. Tra i 440 impiegati, 300 sono capi, 40 sono della direzione del personale. Tra gli operai, al Montaggio e alla Lastratura, le lavorazioni in linea dove si scaricano gli effetti delle nuove condizioni di lavoro previste dall'accordo, ha vinto il no. Cosa ne pensa?

"Il referendum non l'ho chiamato io (anche se avrei partecipato volentieri, spiegando ai lavoratori le ragioni dell'accordo) né sono io che ho fatto le regole. Per me Mirafiori ha
deciso, e io sto al risultato, che è un risultato molto importante".

Lei ha detto che è una svolta e una prova di fiducia. Che fiducia, con un lavoratore su due che dice no?

"Senta, se vuole che le dica la mia valutazione non sul risultato, ma sulla campagna che lo ha
preceduto, è presto fatto: la Fiom ha costruito un capolavoro mediatico, mistificando la realtà, ma ci è riuscita. Noi, che siamo presenti in tutto il mondo, con una forza di 245 mila persone, ebbene dal punto di vista culturale siamo stati una ciofeca, la più grande ciofeca, e la colpa è soltanto mia".

Perché?

"Perché ho sottovalutato l'impatto mediatico di questa partita, ho sottovalutato un sindacato che aveva obiettivi politici e non di rappresentanza di un interesse specifico, come invece accade negli Usa. Vede, io sono convinto che le nostre ragioni sono ottime. Ma non sono riuscito
a farle diventare ragioni di tutti. Mi sembrava chiaro: io lavoratore posso fare di più se mi impegno di più, guadagnando di più. E invece ha preso spazio la tesi opposta, l'entitlement, e cioè il diritto semplicemente ad avere, senza condividere il rischio. Ma questo va bene per uno statale, non per un'azienda privata che deve lottare sul mercato".

Non crede che invece a spiegare il 46 per cento di no ci sia la convinzione che l'accordo chiede di scambiare il lavoro coi diritti?

"Lei deve pensare che non siamo fessi, e nemmeno arroganti. Il contratto firmato contiene tutte le protezioni costituzionali. Le dico di più: io, Sergio Marchionne, non voglio togliere nulla di ciò che fa parte dei diritti dei lavoratori. Ma guardi che qui si parla d'altro: la Fiom è scesa in guerra non per i diritti, ma per il suo ruolo di minoranza bloccante, perché qui salta l'accordo interconfederale secondo cui chi non ha firmato beneficia delle protezioni del contratto senza mai impegnarsi a rispettarlo".

Si può dire in modo opposto: i lavoratori hanno il diritto di scegliersi i rappresentanti che vogliono, e non solo quelli che hanno firmato l'accordo con l'azienda, per di più nominati dai vertici sindacali e non dalla base. Cosa risponde?

"Lo dica pure così, e io le dico che in qualsiasi sistema legale non puoi beneficiare di un contratto se non sei contraente, se non ti metti in gioco e non ti assumi le tue
responsabilità di fronte a quelle della controparte. Insomma, non puoi andare a ufo".

Ma lei cercava la rottura o ha davvero provato a trovare un accordo?

"Perché avrei dovuto volere la rottura? Quel che volevo rompere era questo sistema ingessato, dove tutti sanno che noi imprese italiane siamo fuori dalla competitività, non possiamo farcela, eppure tutti fanno finta di niente. Ho tirato avanti per quasi sette anni, poi una notte ad aprile mi sono detto basta. Io metto sul piatto 20 miliardi, accetto la sfida, ma voglio che quei soldi servano, dunque voglio garantire la Fiat e chi ci lavora. Cambiamo le regole per garantire l'investimento attraverso il lavoro. E' l'unica strada. Non solo: a dire il
vero è l'ultima strada".

Poi?

"Poi ho cominciato a parlarne, non con la politica ma con i miei e con il sindacato. Ma ho capito che eravamo sopra una torre di Babele. Io parlavo una lingua, loro un'altra. Tutti facevamo riferimento alla realtà: ma io alla realtà di oggi, così com'è nel mondo globale, la Fiom alla realtà del passato, quella che si è trascinata fin qui impantanandoci fino al collo, come Italia".

Lo sa che lei si è mangiato un patrimonio trasversale di consenso, accumulato negli anni in cui ha salvato la Fiat?

"Non sapevo di averlo, non ne ho visto i benefici, e in questa trattativa non mi sono accorto di avere alcun credito, in Italia. Questo mi spiace, non per me, ma perché evidentemente non sono riuscito a far capire certe cose alla mia gente".

Sta dicendo che ha sbagliato?

"Mi ricordo i primi 60 giorni dopo che ero arrivato qui, nel 2004: giravo tutti gli stabilimenti, e poi quando tornavo a Torino il sabato e la domenica andavo a Mirafiori, senza
nessuno, per vedere quel che volevo io, le docce, gli spogliatoi, la mensa, i
cessi. Cose obbrobriose, stia a sentirmi. Ho cambiato tutto: come faccio a
chiedere un prodotto di qualità agli operai e a farli vivere in uno
stabilimento così degradato? In più, la Fiat era tecnicamente fallita, se il
fallimento significa non avere i soldi in casa per pagare i debiti. Perdevamo 2
milioni al giorno, non so se mi spiego. E invece sette anni dopo abbiamo
ribaltato lo schema, l'animale è vivo, il patto che associa Fiat e lavoratori è
vitale e va al di là del contratto in questione. C'era prima di me e oggi
sappiamo che ci sarà dopo di me. Anzi tutta questa personalizzazione è fuorviante. Perché se Marchionne fosse il problema, basterebbe poco. Ma tolto Marchionne, il problema resta".

Resta anche l'idea, in molti, che Marchionne non creda molto in Torino: è così?

"Guardi, io non ho mai fatto un investimento di così pessima qualità per l'azienda come quelli di Mirafiori e di Pomigliano. Vuol dire crederci, questo, o che altro?"

Vuol dirmi che l'accordo contestato dalla Fiom non soddisfa nemmeno chi lo ha scritto e firmato?

"Voglio dirle che in qualsiasi parte del mondo mi avessero sottoposto un accordo con queste condizioni io mi sarei alzato e me ne sarei andato. Tra Natale e Capodanno ho inaugurato con il presidente Lula uno stabilimento a Pernabuco nel Nordeste brasiliano: bene, l'accordo è un'ira di Dio per copertura finanziaria, concessione dei terreni, condizioni fiscali, come capita anche in Serbia".

E' come se lei dicesse che da noi manca lo Stato, a creare queste condizioni per l'investimento, no?

"Ma lo Stato ci ha incoraggiati. E che dire del sindacato? Una parte del sindacato è mancata molto
di più, perché non ha capito la scommessa, non si è messa in gioco incalzando l'azienda sullo sviluppo, come Solidarnosc che in Polonia, quando ho spostato la Panda a Pomigliano, è venuto a chiedermi il terzo turno".

Il dubbio sull'impegno in Italia riguarda anche la famiglia Agnelli, lo sa?

"Io non ho mai conosciuto l'Avvocato ma mi sono letto per bene la storia della Fiat. E le dico che se c'è un momento in cui la famiglia fa le cose giuste è proprio questo. Hanno varato l'aumento di capitale nel 2003 quando l'azienda era morta, l'hanno salvata con soldi propri, non dello Stato. E oggi stanno cercando di darle un futuro senza mettere i piedi nella gestione politica del Paese, ma restandone ben fuori".

Lei con l'operazione Chrysler li ha liberati dal vincolo centenario con l'automobile italiana, ma anche dal vincolo di responsabilità con il Paese: è così?

"No. Garantiscono la continuità di un capitale intelligente, mettendolo a rischio e affidano la responsabilità di gestione a Pinco Pallino, seguendolo e appoggiandolo. Mi lasci dire che non è un comportamento molto italiano. Tenga conto che hanno trent'anni, un arco temporale molto lungo davanti, sono cresciuti e hanno
studiato fuori, come John".

Anche lei è molto poco italiano: nella biografia o nelle scelte?

"Questa è la cosa che mi fa incazzare di più. "Manager canadese", è l'ultima di tutta una
serie che arriva a dipingermi addirittura come anti-italiano, pur di minare la
mia identità di manager. Io ho il passaporto italiano, esattamente come lei.
Rispetto lo Stato, il Paese e soprattutto i lavoratori, perché credo sia
giusto".
Ma per lei non si possono negoziare insieme produttività e tutela dei
diritti acquisiti?
"Sì, i diritti personali
e sociali, ma non le inefficienze".
Quindi lei ha firmato l'accordo per Mirafiori - che altrove non avrebbe
firmato - solo perché è italiano?
"Diciamo per la sfida-Italia. E badi che non
voglio affatto far politica, sia chiaro, anzi credo che in questa vicenda ci
sia stato un sovraccarico ideologico. Ma ecco il ragionamento che ho fatto.
Fiat ha un privilegio rispetto ad altre aziende: ha un'alternativa, può
produrre qui o in altri Paesi, dove vuole. Ma io sono convinto che se riusciamo
a condividere l'obiettivo, possiamo cambiare l'azienda e renderla davvero
competitiva. Ci sono strade più corte e più facili fuori dall'Italia. Ma io e
John abbiamo deciso di prenderci la sfida, e non accettare il declino. Si può
fare, dunque si deve fare".
Se l'accordo è condiviso, lei dice: e quel 50 per cento di no?
"Questo è il mio
compito, e comincia adesso. Devo recuperarli, comunque abbiano votato, e
portarli dentro il progetto. Ci sono due voti che mi preoccupano: quello di chi
ha votato no su informazioni sbagliate e quello di chi ha votato sì per paura.
Voglio convincerli, spiegare chi sono. E' impossibile che negli Usa dicano che
gli ho salvato la pelle e qui la pelle vogliano farmela".

Non crede che ci sia chi ha votato no semplicemente perché vede una compressione dei diritti legati al lavoro?

"Non abbiamo compresso alcun diritto".

Le pause, la rappresentanza, lo sciopero, la malattia: qui le condizioni cambiano.

"Un conto è parlarne da fuori, politicamente, un conto è parlarne in fabbrica. La rappresentanza, oggi un lavoratore su due a Mirafiori sceglie di non averla non iscrivendosi a
nessun sindacato. Cambiano le pause, ma abbiamo fatto un gran lavoro per rendere meno pesante il lavoro in linea, e lo faremo ancora. Il no allo sciopero riguarda solo gli straordinari, è un obbligo contrattuale. Sulla malattia interveniamo solo sui picchi di assenteismo".

A Melfi, la metà dei lavoratori ha "ridotte capacità lavorative" per i lavori in linea: non crede che queste nuove condizioni
che lei minimizza pesino?

"Non credo, ma voglio anche dirle che noi facciamo automobili e l'auto nel mondo si fa così. Chi
viene in fabbrica lo sa".

Ma ha il diritto di sapere anche se l'investimento che lei promette ha un futuro: cosa risponde, con un'assenza di nuovi modelli e la quota di mercato Fiat che in Europa si riduce del 17 per cento?

"Staccata la spina degli incentivi, il
mercato va giù. Lo sapevamo. Aspettiamo che si svuoti il tubo, nella seconda
metà del 2011, e vediamo. Per quel momento avremo la nuova Y e la nuova Panda.
Sta arrivando tutta la gamma Lancia, rifatta con gli americani, la Giulietta è
appena uscita, la Jeep verrà prodotta qui in 280 mila esemplari all'anno, per
tutto il mondo. E grazie a Chrysler, l'Alfa arriverà in America, con una rete
di 2 mila concessionari, e farà il botto".

Dunque non la vende?

"Fossi matto. E' roba nostra".

E i veicoli industriali?

"Manco di notte. E l'arroganza tedesca, gliela raccomando. Quando volevo comprare Opel, non me l'hanno data perché ero italiano..."

Al lavoratore italiano cosa porta Chrysler?

"La possibilità di fare sistema. Per ottenere i nuovi volumi produttivi, avrei dovuto creare nuovi stabilimenti in America. Invece utilizzo tutte le fabbriche del sistema, porto qui le lavorazioni e metto il know how Fiat a disposizione di Chrysler. Gli impianti girano, i costi si ammortizzano, la gente lavora".

Ma il costo del lavoro che voi riducete con l'accordo pesa solo il 7 per cento sul costo complessivo di un'auto: lei come garantisce che sta lavorando per migliorare anche quel 93 per cento restante?

"Quel 93 per cento che lei cita ha proprio a che fare con il costo di utilizzo di ogni impianto. Fatemelo migliorare e alzerò i salari. Possiamo arrivare al livello della Germania e della Francia. Io sono pronto".

Anche alla partecipazione dei lavoratori agli utili?

"Sì, e le dico che ci arriveremo. Voglio arrivarci. Ma prima di parteciparli, gli utili dobbiamo
farli".

Mi pare di capire che dopo Pomigliano e Mirafiori il nuovo contratto investirà anche Melfi e Cassino: è così?

"Non c'è alternativa. Non possiamo vivere in due mondi. Io spero che, visto l'accordo alla prova, non vorranno vivere nel secondo mondo nemmeno gli operai".

Cosa resterà di italiano nelle nuove auto prodotte a Mirafiori?

"Il Centro Stile rimane qui, dunque il design, ma anche i progetti, le piattaforme di origine: la piattaforma della Giulietta è nata qui, è stata riadattata negli Usa adesso torna qui per fare da base ai Suv Jeep e Alfa. E la motoristica è qui".

E la testa?

"Bisognerà abituarsi al fatto che avremo più teste, a Torino, a Detroit, in Brasile, in Turchia, spero in Cina. E un cuore solo. Così rimarranno vive quelle quattro lettere del marchio Fiat. Vediamole. Fabbrica: produciamo ancora, vogliamo produrre di più. Italiana: siamo qui, e non vendiamo nulla. Automobili: resta il cuore del business. Torino: se ha dei dubbi, apra la mia finestra e guardi fuori".

domenica 16 gennaio 2011

COMUNICATO del Comitato 16 Ottobre

COMUNICATO del Comitato 16 Ottobre

Il Comitato 16 Ottobre per lo sciopero generale rilancia il suo forte impegno a sostegno della vertenza della Fiom-CGIL contro l’abominevole ricatto della Fiat che, con l’esplicito appoggio del governo Berlusconi, prima a Pomigliano D’Arco e ora a Mirafiori, attacca l’istituto del Contratto Nazionale e i diritti dei lavoratori e punta ad assestare un ulteriore colpo ai principi e valori della Costituzione democratica fondata sul lavoro. Non è rivolto solo contro i lavoratori FIAT: è un attacco pesantissimo a tutti i lavoratori dipendenti, a tutti i cittadini che si pongono sul terreno della Costituzione antifascista: ciò che si vuole oggi imporre negli stabilimenti Fiat potrebbe in breve diventare, nell’ottica padronale e governativa, la condizione dei lavoratori nell’intero Paese.
Il modello Marchionne vuole consegnare all’impresa un comando totale e assoluto sul lavoratore, ed è coerente con la linea regressiva di Governo e padronato di demolizione della legislazione del lavoro, che tende a rendere precari gran parte dei lavoratori dipendenti, ha tolto dignità e speranze, nel presente e nel futuro, ai giovani; con i tagli alla cultura e alla ricerca, l’attacco al diritto allo studio attraverso i provvedimenti Tremonti-Gelmini, le aggressioni all’informazione democratica, alla legalità, al Welfare State, ai Beni comuni e alla stessa Unità del Paese con il federalismo fiscale. Il modello contrattuale di Marchionne esclude dalla rappresentanza sindacale le organizzazioni che non si piegano al suo diktat e impedisce ai lavoratori di eleggere le proprie RSU, privandoli del diritto di dotarsi liberamente di una propria autonoma e democratica forma di rappresentanza sindacale: è una grave ipoteca sul futuro della nostra democrazia.
Il Comitato 16 Ottobre plaude alla straordinaria resistenza manifestata dagli operai di Mirafiori, che, in condizioni difficilissime e sotto il ricatto della chiusura dello stabilimento, hanno saputo dire, in una percentuale molto elevata (46%), il loro fermo NO al modello Marchionne. E offre pieno sostegno alla riuscita dello sciopero nazionale di 8 ore indetto dalla FIOM per il 28 Gennaio.
L’impegno a difendere il Contratto Collettivo Nazionale di Lavoro, già congelato d’imperio dal Governo a tutti i lavoratori pubblici, deve essere un tutt’uno con la difesa della legalità, della libertà di rappresentanza sindacale e di sciopero, con la lotta alla precarietà e per l’occupazione, contro il predominio del mercato sulla dignità e la vita stessa delle persone.
Per tutti questi motivi il Comitato 16 Ottobre invita movimenti, partiti, associazioni democratiche e antagoniste e società civile tutta, a manifestare concretamente la solidarietà di classe ai lavoratori metalmeccanici e alla FIOM-CGIL e a condividere i seguenti obiettivi:
· sostenere le ragioni dello sciopero del 28 gennaio e la campagna di adesione all’appello in tal senso promosso dalla Fiom-Cgil, programmando per tutto gennaio una continua presenza sui luoghi di lavoro con un volantino che spieghi le ragioni e la necessità della massima partecipazione allo sciopero;
· generalizzare la lotta con iniziative volte a spingere le altre categorie della Cgil e i sindacati di base alla proclamazione dello sciopero, per rendere possibile la partecipazione alla mobilitazione del 28 p.v. del maggior numero di lavoratori dipendenti;
· sollecitare tutte le organizzazione sindacali non filopadronali e filogovernative a proclamare per febbraio lo sciopero generale nazionale unitario, in particolare la CGIL, perché rompa gli indugi e assuma sull’intera Confederazione - la più grande e decisiva del Paese – il compito di sostenere, nelle forme più incisive, una lotta che ormai non riguarda più solo la categoria metalmeccanica o il mondo delle imprese, ma diritti e poteri di tutto il mondo del lavoro.

Bari, 15 Gennaio 2011

IL COMITATO 16 OTTOBRE PER LO SCIOPERO GENERALE

giovedì 6 gennaio 2011

ACQUA: REFERENDUM E ACQUEDOTTO PUGLIESE

COMUNICATO STAMPA
ACQUA: REFERENDUM E ACQUEDOTTO PUGLIESE

Si apre la campagna referendaria per l’Acqua Bene Comune. La Corte Costituzionale ha dato il via libera a due quesiti referendari che, se confermati dal voto popolare, restituiranno alla gestione pubblica i servizi idrici, eliminando sia l’odioso obbligo di vendita ai privati che l’inserimento nelle bollette della remunerazione del capitale.
E’ di per sé una vittoria: è stata sconfitta l’affermazione, falsa, che la privatizzazione sia dettata dal diritto europeo, come più volte affermato da Tremonti per legittimare il decreto Ronchi.
Ora è possibile rimettere in discussione il dogma delle privatizzazioni e per la prima volta la Corte discute di beni comuni: anche trasporti e rifiuti, già oggetto di mobilitazioni civili, possono essere organizzati con strumenti partecipativi e democratici.
In Puglia la questione dell’ Acqua Bene Comune assume un significato particolare, incrociando il tema della ripubblicizzazione dell’Acquedotto Pugliese, attualmente società per azioni. E’ un impegno assunto dal Presidente Vendola con gli elettori e tutto il popolo dell’acqua.
Ad oggi quell’impegno non si è ancora concretizzato e il ddl che dovrebbe trasformare l’AQP in ente di diritto pubblico rischia di essere modificato negli aspetti più significativi. Se la Regione Puglia è in grado di legiferare in contrasto con il Governo nazionale, pur considerando gli esiti del ricorso rigettato dalla Corte, lo faccia senza ulteriori dilazioni; se viceversa prevalgono le resistenze, anche all’interno della maggioranza del governo regionale, lo si dica chiaramente, si evitino mediazioni al ribasso e si attenda l’esito dei referendum.
In tal caso sarà la volontà popolare a restituire l’acqua e i servizi pubblici ai cittadini.
Rifondazione Comunista darà il suo sostegno perchè vincano i sì, accanto al Comitato pugliese Acqua Bene Comune, come già avvenuto per la raccolta di firme, mettendo a disposizione della campagna referendaria le proprie energie e strutture.
E’ in campo una battaglia civile, politica e morale che non possiamo perdere.

Bari, 5 gennaio 2011

Tonia Guerra
segreteria regionale Rifondazione Comunista Puglia