COMUNICATO STAMPA
LEGGE ELETTORALE - PRC CHIEDE A NAPOLITANO CHE INVII UN MESSAGGIO ALLE CAMERE «PER SANARE L'INCOSTITUZIONALITà DELLO SBARRAMENTO AL 4% DELLA LEGGE ELETTORALE EUROPEA»
Il Prc - per mezzo del suo Presidente del Collegio nazionale di garanzia Gianluca Schiavon - ha chiesto formalmente al Capo dello stato Giorgio Napolitano «che con un messaggio alle Camere chieda venga sanata l'incostituzionalità dello sbarramento al al 4% della legge elettorale per il Parlamento europeo».
«Già la sentenza n° 271 del 2010 della Corte Costituzionale aveva espresso dubbi sulla clausola di sbarramento al 4% - sostiene Gianluca Schiavon nella nota - oggi è incontestabile l'esplicita contrarietà all'art. 48 della Costituzione che dispone la libertà e l'uguaglianza del voto. Sono infatti intervenute modifiche della normativa comunitaria e la sentenza della Corte costituzionale tedesca del 9 novembre 2011, che ha annullato la identica clausola di sbarramento nell'ordinamento tedesco. Né è un caso che ben 12 Paesi, tra i quali la Gran Bretagna, la Germania, la Spagna, il Portogallo votino per il Parlamento con il sistema proporzionale puro o come in Francia con uno sbarramento al 2%.
Venga almeno a livello europeo ripristinato il principio base delle moderne democrazie costituzionali: una testa un voto. Il Prc comincia su questo furto di democrazia una campagna confidando che il Parlamento si faccia carico di sanare la situazione di illegalità».
20 dicembre 2013
Qui il testo completo
venerdì 20 dicembre 2013
venerdì 13 dicembre 2013
CS: manifestazione sindacati confederali
La protesta del movimento 9 dicembre affonda le proprie radici nel disagio sociale generato dall’attuale crisi economica. Evidentemente comprensibili i motivi che hanno spinto i cittadini esasperati a scendere in piazza. Ci sentiamo però in dovere di condannare le pratiche violente che ha preso il movimento in alcune città del nord barese e della bat. Siamo preoccupati per le derive neofasciste e le infiltrazioni della malavita che in questo difficile momento possono trovare terreno fertile nel malcontento comune.
All’immobilità del Governo Letta-Alfano proponiamo il salario sociale per tutti\e, l’attuazione di un piano per il lavoro, una tassa sui grandi patrimoni, la defiscalizzazione degli stipendi e l’abolizione della riforma foriero sul lavoro e sulle pensioni.
Per queste ragioni domani 14 dicembre saremo presenti alla manifestazione indetta dai sindacati confederali con partenza da Piazza Castello, ore 9.
Auspichiamo che i sindacati e i lavoratori al più presto indicano uno sciopero generale e generalizzato, capace di impedire la prosecuzione delle attuali politiche economiche e sociali di austerity.
venerdì 15 novembre 2013
Fuori l'austerity da scuole e università
Noi Giovani Comunist* venerdì 15 novembre scenderemo in piazza per denunciare la condizione vergognosa in cui versano le nostre scuole e università pubbliche del mezzogiorno.
Risulta evidente l'insufficienza del decreto Carrozza, che ha stanziato solo 400 mln di euro a fronte del taglio di 10 mld di euro del ex Ministro Gelmini. A ciò si aggiunge la beffa dello stanziamento di 200 mln di euro alle Scuole Private.
Siamo stanchi di dover seguire lezioni in aule sovraffollate e fatiscenti, di assistere alla chiusura dei corsi di laurea, di risultare come idonei ma non beneficiari nelle graduatorie A.di.s.u, di usufruire di trasporti cari, insufficienti ed inefficienti.
Non intendiamo attendere inermi che la chiusura ingloriosa dell’Università di Atene possa investire anche i nostri spazi di formazione. Difenderemo fermamente il nostro diritto allo studio, diritto che non può essere calpestato dagli interessi del capitale finanziario, dalla minaccia del debito pubblico e dalle politiche di austerity imposte dalla troika europea.
Sono in gioco i nostri sogni, il nostro futuro, la possibilità di divenire cittadini attivi e consapevoli, ma soprattutto di essere i protagonisti del cambiamento della nostra società.
Pertanto invitiamo gli studenti e le studentesse a manifestare per un'idea differente di scuola e università: pubblica, laica, democratica e accessibile a tutti.
martedì 12 novembre 2013
Le scuole di Bari fra pubblico e privato: il caso (non solo) della scuola San Nicola
Apprendiamo dalle cronache giornalistiche che il Sindaco di Bari intende accelerare l’iter per la cessione, in comodato d’uso gratuito, di alcune aule della scuola San Nicola ai padri domenicani per allocarvi un prezioso e pesantissimo altare d’argento (che non avrebbe un posto più adeguato nel quale essere esposto).
Questo avverrebbe contro il parere dell’assessore alla Pubblica Istruzione, degli organi della scuola e di gran parte dei/delle cittadini/e baresi: ancora una volta gli interessi privati prevalgono sul bene pubblico.
Questo avverrebbe contro il parere dell’assessore alla Pubblica Istruzione, degli organi della scuola e di gran parte dei/delle cittadini/e baresi: ancora una volta gli interessi privati prevalgono sul bene pubblico.
mercoledì 9 ottobre 2013
M. Calisi: Sulla guerra in Siria
E’ sotto i nostri occhi quanto accade in Siria: la situazione rischia di diventare ogni giorno più esplosiva, il conflitto si inasprisce sempre di più e a pagarne le conseguenze sono quasi sempre i civili. La guerra dura ormai da due anni e, secondo diverse fonti, ONU compresa, ha già causato oltre centomila morti. Nata come una rivolta pacifica contro il governo di Bashar al-Assad nel 2011, è diventata una vera guerra civile che sta martoriando l’intero Paese. La crisi siriana da interna è divenuta internazionale e l’ingerenza delle potenze straniere e imperialiste sta contribuendo a rendere più cruento il conflitto, dando il via ad una serie di reazioni a catena difficili da gestire. Semplificando, possiamo parlare di una contrapposizione in due grandi blocchi con USA e Gran Bretagna opposti a Russia e Iran.
Se gli USA decidessero di attaccare, Russia e Iran potrebbero rispondere affianco al regime siriano, disposto a difendersi con ogni mezzo, anche con attacchi in suolo israeliano. Cina ed Europa a quel punto non potrebbero più stare a guardare, con i Paesi Arabi per la maggior parte schierati contro Assad e i gruppi islamici estremisti a fianco del regime, pronti a colpire i “nemici” anche fuori dal suolo siriano. La guerra siriana potrebbe diventare un conflitto globale, da cui anche l’Europa, Italia compresa, sarebbe investita.
E’ di oggi la notizia secondo cui il primo ministro inglese Cameron abbia portato a casa una pesante sconfitta. Il parlamento inglese, infatti, ha bocciato la mozione per un intervento in Siria.
In Italia ciò sarebbe possibile? Quanto le ragioni di Stato e quanto invece le ragioni politico-strategiche e soprattutto economiche influiscono sulle scelte che attua il nostro Paese? Esiste oggi, in virtù di questo governo di larghe intese, una distinzione netta tra destra e sinistra?
In Italia è presente il dibattito sulla presenza o meno delle forze armate italiane sulle missioni all'estero e da sempre c’è un divario tra coloro i quali sostengono il ritiro dalle operazioni belliche in corso e coloro i quali ritengono sia opportuno adempiere agli impegni presi in sede internazionale.
Negli ultimi vent’anni diciamo che è prevalso l’impegno da parte dell’Italia a partecipare il più possibile grazie ad un consenso bipartisan che ha sostenuto tutti, o quasi, i principali interventi militari. La discussione politica tra centro-destra e centro-sinistra riguardava più le modalità di attacco, l’impiego del numero di risorse umane, le regole da applicare, piuttosto che una netta decisione sul partecipare o meno. Un aspetto da non trascurare è quello che vede il nostro Paese tra i cinque maggiori fornitori europei di armi alle Forze Armate egiziane. Dal 2010 fino ai primi mesi del 2013 c’è stato un crescente aumento delle autorizzazioni ministeriali per la fornitura di armamenti che ha toccato il picco massimo con l’ex Governo Monti. Quello che l’Italia invia in Egitto è un vero e proprio arsenale bellico e per questo motivo potremmo anche essere considerati come un paese che fomenta i conflitti nel mondo.
Sarebbe il caso che chi risiede a capo di qualche Ministero non si limiti a rilasciare dichiarazioni pubbliche di circostanza, ma si faccia un piccolo esame di coscienza, perché non è escluso che tra le armi usate in questi giorni ce ne siano parecchie Made in Italy.
Nel 1997, con il voto contro l’operazione militare in Albania, Rifondazione Comunista ha dimostrato di essere fuori da queste dinamiche in linea con ciò che sancisce l’Articolo 11 della Costituzione Italiana e cioè che “L’Italia ripudia la guerra”. Essa non può essere la soluzione ai problemi politici internazionali, non si può pensare di imporre il proprio dominio radendo al suolo una nazione. In qualsiasi modo si concluda, da una guerra si esce sempre perdenti soprattutto in materia di vite umane.
Non si può pensare di vincere con la guerra laddove si perde con la politica.
Se gli USA decidessero di attaccare, Russia e Iran potrebbero rispondere affianco al regime siriano, disposto a difendersi con ogni mezzo, anche con attacchi in suolo israeliano. Cina ed Europa a quel punto non potrebbero più stare a guardare, con i Paesi Arabi per la maggior parte schierati contro Assad e i gruppi islamici estremisti a fianco del regime, pronti a colpire i “nemici” anche fuori dal suolo siriano. La guerra siriana potrebbe diventare un conflitto globale, da cui anche l’Europa, Italia compresa, sarebbe investita.
E’ di oggi la notizia secondo cui il primo ministro inglese Cameron abbia portato a casa una pesante sconfitta. Il parlamento inglese, infatti, ha bocciato la mozione per un intervento in Siria.
In Italia ciò sarebbe possibile? Quanto le ragioni di Stato e quanto invece le ragioni politico-strategiche e soprattutto economiche influiscono sulle scelte che attua il nostro Paese? Esiste oggi, in virtù di questo governo di larghe intese, una distinzione netta tra destra e sinistra?
In Italia è presente il dibattito sulla presenza o meno delle forze armate italiane sulle missioni all'estero e da sempre c’è un divario tra coloro i quali sostengono il ritiro dalle operazioni belliche in corso e coloro i quali ritengono sia opportuno adempiere agli impegni presi in sede internazionale.
Negli ultimi vent’anni diciamo che è prevalso l’impegno da parte dell’Italia a partecipare il più possibile grazie ad un consenso bipartisan che ha sostenuto tutti, o quasi, i principali interventi militari. La discussione politica tra centro-destra e centro-sinistra riguardava più le modalità di attacco, l’impiego del numero di risorse umane, le regole da applicare, piuttosto che una netta decisione sul partecipare o meno. Un aspetto da non trascurare è quello che vede il nostro Paese tra i cinque maggiori fornitori europei di armi alle Forze Armate egiziane. Dal 2010 fino ai primi mesi del 2013 c’è stato un crescente aumento delle autorizzazioni ministeriali per la fornitura di armamenti che ha toccato il picco massimo con l’ex Governo Monti. Quello che l’Italia invia in Egitto è un vero e proprio arsenale bellico e per questo motivo potremmo anche essere considerati come un paese che fomenta i conflitti nel mondo.
Sarebbe il caso che chi risiede a capo di qualche Ministero non si limiti a rilasciare dichiarazioni pubbliche di circostanza, ma si faccia un piccolo esame di coscienza, perché non è escluso che tra le armi usate in questi giorni ce ne siano parecchie Made in Italy.
Nel 1997, con il voto contro l’operazione militare in Albania, Rifondazione Comunista ha dimostrato di essere fuori da queste dinamiche in linea con ciò che sancisce l’Articolo 11 della Costituzione Italiana e cioè che “L’Italia ripudia la guerra”. Essa non può essere la soluzione ai problemi politici internazionali, non si può pensare di imporre il proprio dominio radendo al suolo una nazione. In qualsiasi modo si concluda, da una guerra si esce sempre perdenti soprattutto in materia di vite umane.
Non si può pensare di vincere con la guerra laddove si perde con la politica.
venerdì 6 settembre 2013
Bari, 7 Settembre. Sit-in contro la guerra
NO! senza se e senza ma a qualsiasi intervento militare degli USA e delle potenze della NATO contro la Siria! La guerra non è la soluzione, ma il problema.
SÌ! all’articolo 11 della nostra Costituzione.
Non una base, non un’arma, non un euro, non un/una soldat@ per la guerra alla Siria!
NO! a qualsiasi ingerenza del governi italiano e degli altri paesi della Ue tesa ad alimentare il conflitto interno alla Siria, attraverso fornitura di armi, supporto logistico e di intelligence alle forze che combattono militarmente contro il governo siriano.
SÌ! alle iniziative tese a trovare una soluzione politica.
NO! alle spese militari per politiche aggressive. NO! all’acquisto dei cacciabombardieri F35
SÌ! a investimenti per le spese sociali: lavoro, sanità, scuola, casa, infrastrutture.
SÌ! a reali e serie politiche di accoglienza del nostro paese e degli altri paesi della Ue per i profughi della guerra siriana.
La Rete Cittadina per la Pace e la Giustizia, alla quale aderiscono alcuni gruppi ecclesiali e realtà associative di Bari, invita tutte le persone di buona volontà a partecipare alla Veglia di preghiera che si terrà presso la Cattedrale alle 20,15 di sabato 7 settembre in risposta all'appello di Papa Francesco per una giornata di digiuno e di preghiera. L'incontro si concluderà alle 21,30 con un momento pubblico nel piazzale antistante la Cattedrale aperto a credenti di altre religioni e a non credenti.
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COORDINAMENTO CONTRO LA GUERRA – BARI
Con l’adesione ad oggi di Arci–comitato territoriale di Bari; Ass. “Angelus Novus”; Ass. “Marx XXI”; Ass. “Bottega partigiana”; Comunità Palestinese di Puglia e Basilicata; EPIC; Gep-Educhiamoci alla pace; Link-coordinamento studenti; Pax Christi; PD-Puglia; PDCI-Puglia; PRC-Puglia; Psichiatria Democratica; Ross@.
lunedì 17 giugno 2013
La scuola pubblica, laica e pluralista, è un’altra cosa
LA SCUOLA PUBBLICA, LAICA E PLURALISTA, È UN’ALTRA COSA.
Che cosa sta succedendo a Bari?
Quando si parla di privatizzazione della scuola, nel senso comune si pensa spesso ad una posizione puramente “ideologica”, cioè necessariamente fuorviante e stantia, roba da secolo scorso.
In realtà è cosa terribilmente concreta, che sta avvenendo inesorabilmente da decenni, nell’indifferenza del dibattito pubblico, che se ne occupa saltuariamente, in modo rituale e superficiale.
Che cosa sta succedendo a Bari?
Quando si parla di privatizzazione della scuola, nel senso comune si pensa spesso ad una posizione puramente “ideologica”, cioè necessariamente fuorviante e stantia, roba da secolo scorso.
In realtà è cosa terribilmente concreta, che sta avvenendo inesorabilmente da decenni, nell’indifferenza del dibattito pubblico, che se ne occupa saltuariamente, in modo rituale e superficiale.
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