lunedì 17 giugno 2013

La scuola pubblica, laica e pluralista, è un’altra cosa

LA SCUOLA PUBBLICA, LAICA E PLURALISTA, È UN’ALTRA COSA.

Che cosa sta succedendo a Bari?
Quando si parla di privatizzazione della scuola, nel senso comune si pensa spesso ad una posizione puramente “ideologica”, cioè necessariamente fuorviante e stantia, roba da secolo scorso.
In realtà è cosa terribilmente concreta, che sta avvenendo inesorabilmente da decenni, nell’indifferenza del dibattito pubblico, che se ne occupa saltuariamente, in modo rituale e superficiale.



La privatizzazione della scuola pubblica avviene su vari piani:
· sovvenzionando direttamente e lautamente le scuole private;
· impoverendo e indebolendo le scuole pubbliche;
· introducendovi elementi strutturali e organizzativi aziendalistici.

Sul primo punto, vale la pena di ricordare che i contributi alle scuole private sono espressamente esclusi dalla Costituzione, eppure essi vengono generosamente elargiti, anche grazie alla copertura normativa della Legge di Parità, la n° 62 del 2000 (governo Dalema), che prevede anche altri privilegi, come la possibilità per le scuole private paritarie di avvalersi di prestazioni volontarie e di fruire di agevolazioni fiscali.

Sul secondo punto, è sotto gli occhi di tutti la situazione di deprivazione delle nostre scuole, il degrado degli edifici, la difficoltà delle scuole pubbliche, statali e comunali, a far quadrare i conti per fronteggiare le minime necessità ordinarie, con la conseguenza che lo scarto viene riempito dai contributi sempre meno “volontari” delle famiglie.

Il terzo piano è il più subdolo e pericoloso: le scuole sono diventate strutture fra loro concorrenti, a caccia di studenti, in affanno per sopravvivere alla mannaia dei tagli, delle soppressioni e degli accorpamenti; i collegi dei docenti e i consigli d’istituto sono ridotti a organi di ratifica privi di capacità d’iniziativa; le classi vengono “riempite” di alunni/e, mentre diminuiscono i docenti e gli operatori, divisi fra una minoranza “eletta”, che accede agli spiccioli di salario aggiuntivo, e una maggioranza di precarizzati e sottopagati; all’orizzonte un dibattito culturale e politico asfittico, che non li coinvolge e anzi li demotiva e li umilia, fatto di “prove a crocetta” e di procedure ottuse.

I danni culturali sono incalcolabili, persino più gravi di quelli economici: per questi basterebbe mettere in conto degli stanziamenti di risorse ed una piano di assunzioni (dagli F35 alle scuole, per esempio); invece, ricostruire il tessuto pedagogico e culturale del sistema d’istruzione richiede molto di più.

Da dove ricominciare?

Il referendum di Bologna contro il finanziamento alle scuole private ci può dare un segnale.

E’ nei territori, sulle famiglie, sui ragazzi/e e sui lavoratori/ici che si scaricano i danni; è dai territori che si può ripartire.

A Bari, oltre alle conseguenze dei tagli ministeriali, si sta manifestando un inquietante atteggiamento da parte dell’Amministrazione Comunale e del Sindaco Emiliano, nel considerare le scuole pubbliche della città come contenitori a destinazione variabile.

E’ di questi giorni il dibattito giornalistico sulla “San Nicola”, una scuola storica del borgo antico, vero e proprio presidio di legalità in un quartiere molto problematico e contradditorio, in cui convivono le famiglie disagiate di sempre con i recenti insediamenti della borghesia “progressista” della città, “in grado di apprezzare” la bellezza architettonica di un borgo rivalutato. Come è stato possibile concepire l’idea di disfarsi della scuola e accettare la richiesta dei padri domenicani della Basilica di San Nicola, di farne il loro museo all’interno del progetto della “cittadella nicolaiana”? Non è questa una forma di privatizzazione? Giustamente la comunità della scuola, che ha prodotto e produce esperienze di eccellenza didattica, non accetta questa ipotesi; giustamente l’assessore e buona parte dei cittadini di Bari si oppongono alla destinazione ad altri fini degli edifici scolastici. Oggi si apprende che il progetto è stato ridimensionato e che la nuova delibera prevede la cessione parziale dell’edificio, per allocarvi solo l’altare d’argento, e che si istituirà un tavolo tecnico per verificare la fattibilità tecnica dell’operazione. Si può trattare con tanta disinvoltura una questione così delicata?

Questa vicenda ne richiama un’altra, quella della scuola statale “Mazzini”, nel pieno centro della città: qui la scuola aveva chiesto, in modo da ampliare le proprie attività, la restituzione di alcuni locali ceduti in passato alla contigua parrocchia. Anche in questo caso sembra prevalere la volontà dell’Amministrazione Comunale di assecondare le richieste della parrocchia piuttosto che quelle della scuola, come ci si aspetterebbe. Anche qui è in atto una mobilitazione dei genitori e dei docenti.

L’anno scorso era la scuola “Carlo del Prete” ad essere a rischio chiusura, con l’ipotesi di trasferimento in altre scuole delle centinaia di bambini e bambine che la frequentano. Motivo: l’edificio non è riempito di classi e sezioni, quindi meglio destinarlo ad altro, magari agli uffici della Circoscrizione. Un’ipotesi estiva, data per scontata alla ripresa delle attività, una doccia fredda su famiglie e docenti. Anche in questo caso vi è stata una spontanea e creativa mobilitazione: feste, spettacoli e laboratori gratuiti, animati da mamme generose, ex alunni, maestre e operatori teatrali, a difesa di questa scuola storica di Carrassi, il quartiere popolare e popoloso della città che la ospita dagli anni venti.

Sia per la “San Nicola” che per la “Carlo Del Prete”, si crea un clima di incertezza e di precarietà, alimentato da pregiudizi e dicerie, che generano smarrimento ed esodo verso altri istituti, considerati più stabili e appetibili. Ma questa è conseguenza e non causa della volontà di dismissione.

Non è compito dell’ente pubblico valorizzare tutte le scuole del proprio territorio, riequilibrando risorse e orientando con politiche attive il flusso delle iscrizioni? Non è compito dell’ente pubblico tutelare e riqualificare le scuole su cui ha competenza diretta, considerando gli spazi resisi disponibili come luoghi da progettare per l’infanzia piuttosto che “vuoti a perdere”?

Si potrebbe cominciare dai fondi che il Comune assegna ogni anno alle scuole private, come chiede il comitato “Art. 33, per il rilancio della scuola pubblica”, che in questi giorni si sta costituendo a Bari, come in tante città italiane.

Perché la scuola pubblica, laica e pluralista, è un’altra cosa.

Bari, 15 giugno 2013 Tonia Guerra, maestra

PRC Puglia

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