venerdì 11 marzo 2011

Puglia, maestre pagate due euro e venti l'ora

San Vito dei Normanni, la protesta della Cgil: «False collaborazioni»
Puglia, maestre pagate due euro e venti l’ora

Liberazione 10 marzo 2011


Tutte laureate, con una consolidata esperienza di lavoro qualificata; alcune di loro anche di lungo corso e quindi “esperte” di precarietà. Tutte queste qualifiche, però, non gli hanno impedito di “strappare” un contratto di lavoro alla favolosa cifra di due euro e venti l’ora. Sì, due euro e venti centesimi l’ora. Non è un errore di trascrizione. E’ quanto è disposto a sborsare il comune di San Vito dei Normanni al gruppo delle venticinque insegnanti di sostegno distributite nelle varie scuole del paese. Il tutto confezionato con un grazioso “contratto di collaborazione”, rinnovabile di anno in anno previa rigorosa selezione a completamento di un serissimo bando pubblico. E dato che lo scandalo non si presenta mai da solo, questa volta a completare il “corredo” c’è anche la circostanza che sindaco e Giunta stanno pensando, solo “pensando”, per carità, di affidare il servizio ad un cooperativa. C’è davvero una cooperativa sociale disposta a pagare ai propri dipendenti meno di due euro e venti l’ora? Sembra di sì. E’ stato questo il motivo che ha spinto, alla fine, le venticinque
educatrici a dire “basta”. E a rivolgersi al sindacato.
Ovviamente, il “contorno” in questo caso riserva delle chicche di tutto rispetto: tipo, il periodo massimo di malattia, fissato in una settimana, superato il quale c’è il licenziamento in tronco; ferie e festività non pagate; rispetto rigoroso dell’orario di lavoro, quando nei contratti di collaborazione formalmente non è previsto.
Manca la ciliegina sulla torta? No, c’è anche questa: quando le insegnanti di sostegno sono andate al Comune di San Vito dei Normanni che, strano ma vero, si fregia ancora della qualifica di “distaccamento della pubblica amminsitrazione”, si sono sentitte rispondere che «ci sono cose più importanti a cui pensare».
Questa in breve la storia che viene dalla terra di Giuseppe Di Vittorio. Secondo i sindacati, Nidil Cgil in testa, i contratti di collaborazione non corrispondono all’effettivo lavoro subordinato che andava sottoscritto con un contratto di lavoro nazionale del settore di riferimento: la paga corrisposta è pari a 420 euro al mese per 40 ore settimanali di lavoro, «la peggiore di tutta la provincia», settore agricolo compreso, naturalmente. Secondo il sindacato si tratta di lavoratori subordinati a tutti gli effetti, trattati contrattualmente come collaboratori. Il sindacato ha dunque chiesto al Comune, per conto delle lavoratrici, la stabilizzazione e garanzie per il futuro. Rivendicazioni identiche al resto dei lavoratori impiegati per l’assistenza scolastica in tutta la provincia, spesso cadute nel vuoto. 
«Il paradosso è infatti – spiega Angelo Leo del Nidil – che quasi tutti i Comuni della provincia di Brindisi che utilizzano personale per l’integrazione scolastica dei bambini e ragazzi diversamente abili, sono assunti con contratti nazionali di lavoro in seguito a lotte e accordi sindacali stipulati con il coinvolgimento della Regione Puglia e della Provincia di Brindisi».
«I lavoratori hanno diritto al contratto nazionale di lavoro - aggiunge Leo - i bambini e i ragazzi hanno diritto ad andare a scuola, ai genitori dei bambini e ragazzi diversamente abili deve essere garantito il diritto della frequentazione scolastica dei propri figli così come viene assicurata a tutti». Solidarietà anche da parte delle famiglie dei ragazzi assistiti dalle insegnanti.

Fabio Sebastiani

mercoledì 9 marzo 2011

IL 12 MARZO AL FIANCO DEL POPOLO DEI DIRITTI E DEL BENE COMUNE

Comunicato stampa
IL 12 MARZO AL FIANCO DEL POPOLO DEI DIRITTI E DEL BENE COMUNE
La giornata del 12 marzo è un'altra tappa del vasto movimento di rivolta contro un Governo e un Presidente del Consiglio indegni di un paese civile: siamo stati con le lavoratrici e con i lavoratori in lotta per la difesa dei loro diritti, con le donne che ribadivano la propria dignità contro il sessismo volgare di chi le considera a disposizione del potere, al fianco degli studenti, dei ricercatori, dei docenti e dei precari della scuola e dell’università, con il popolo dell’acqua e dei beni comuni, per la libertà di stampa e in difesa della Costituzione.
Il 12 marzo è l’occasione in cui tutte queste soggettività, ciascuna con la propria autonomia e i propri contenuti, riprendono parola per imporre le vere priorità del Paese oltre il chiacchiericcio stucchevole e assordante che dilaga dai luoghi del potere.
In Puglia l’intera giornata è segnata dalla mobilitazione: 
la manifestazione nazionale del mattino per i 2 sì al referendum e per la ripubblicizzazione dell’Acquedotto Pugliese incontra le ragioni di tutti i beni comuni e si collega a quella pomeridiana per la libertà di stampa e il rispetto della Costituzione.

Rifondazione Comunista partecipa a tutte le mobilitazioni della giornata:
- perché vengano cancellate le leggi che obbligano a privatizzare i servizi idrici;
- perché l’Acquedotto Pugliese sia ripubblicizzato e restituito alla comunità, mettendolo definitivamente al riparo dai tentativi di speculazione;
- perché venga scongiurato il ritorno del nucleare e preservato il territorio dall'aggressione di discariche,
inceneritori e selve eoliche e fotovoltaiche;
- per difendere la scuola pubblica dalle offese del presidente del Consiglio, che infangano il ruolo che la Costituzione le assegna e umiliano la libertà di insegnamento;
- per dire no ai tagli che hanno ridotto le scuole in bolletta e che anche il prossimo anno falcidieranno i posti di lavoro con la soppressione di 19.700 cattedre (oltre 900, in Puglia, nella sola scuola superiore);
- perché vengano tagliati le spese militari ed il finanziamento alle private, destinando le risorse a scuola e università pubbliche;
- per difendere la Costituzione Italiana dagli attacchi quotidiani e dal degrado civile e politico
- PERCHÉ BERLUSCONI E IL SUO GOVERNO VADANO A CASA E INIZI UNA VERA STAGIONE DI 
RINNOVAMENTO ANCHE PER L’ITALIA.

Saremo presenti la mattina del 12 marzo in Piazza Umberto a partire dalle 9,30 per la mobilitazione nazionale per la difesa dell'Acqua Bene Comune ed il pomeriggio in Via Vittorio Emanuele alle 17,00 per la difesa della Costituzione.

Bari, 8.03.2011
Sabino De Razza, Segretario Provinciale PRC BARI

Anna Belligero - 8 marzo tutto l'anno per una vera liberazione delle donne

Anna Belligero, coordinatrice nazionale dei Giovani Comunisti

8 marzo tutto l'anno per una vera liberazione delle donne

pubblicata sul portale greco RedNotebook. 


1. Si dice che, quando non si vuole fare davvero qualcosa su un tema (in questo caso per le donne), il modo migliore è scegliere un anniversario (8 marzo). Che ne pensi? Abbiamo davvero bisogno di un anniversario in più per lavorare sui problemi delle donne? 

La giornata internazionale della donna non è un anniversario; se la pensiamo come un anniversario abbiamo già fatto il primo errore. Non è nemmeno una festa, come molte donne e molti uomini pensano, sbagliando. L'8 marzo è un altro giorno per essere donne, per lottare per i nostri diritti, per migliorare le relazioni tra i sessi e quindi, per migliorare il mondo. Esiste il rischio che la data dell'8 marzo si trasformi in un giorno in cui alle donne “tutto è concesso”, di uscire, di ricevere fiori e regali, di liberarsi del marito, padre, fidanzato per una sera, di poter parlare di sé. E' pericoloso, come tutte le ricorrenze, però può essere ancora utile nel grandissimo lavoro che ancora c'è da fare per la liberazione delle donne. Dobbiamo essere noi donne, innanzitutto, e magari anche gli uomini che con noi occupano lo spazio pubblico e fanno politica, a evitare che questa giornata diventi una ricorrenza senza senso (se non quello del mercato), ma che sia un monito per ricordarci quello che ancora non abbiamo fatto. Forse il modo più giusto per “festeggiare” l'8 marzo sarebbe quello di fare un bilancio, anno dopo anno, di quello che di buono e giusto si è fatto per i diritti e la libertà delle donne, fino a quando (speriamo!) non ne avremo più bisogno. 

2. Non sarebbe la prima volta se dicessimo che le donne sono le prime battute della crisi del capitalismo. Che succede in Italia? 

Le donne, in quanto soggetti “dominati due volte”, dall'uomo e dal capitale, sono sempre state le prime vittime delle crisi del capitale stesso, e quest'ultima non è diversa dalle altre. Oltre ad essere colpite direttamente dalla perdita del lavoro, o dalla riduzione delle ore di lavoro e quindi di salario, dalla maggiore disoccupazione rispetto agli uomini, le donne vengono colpite dalla crisi anche indirettamente. Con la crisi anche lo Stato ha meno soldi, e una delle prime cose su cui taglia è proprio il welfare, che come è noto, almeno in Italia, è già molto ridotto. Se ci sono meno soldi per le scuole saranno le donne e doversi occupare dei bambini, se ci sono meno soldi per gli anziani saranno le donne a doversi occupare di loro, togliendo tempo alla loro vita, al loro lavoro, se ce l'hanno, o, se non ce l'hanno, togliendosi ogni possibilità di trovarne uno. Oltre a questo, quando dico che lo Stato taglia sul welfare dico anche che chiude consultori pubblici e centri antiviolenza, luoghi che sono necessari per la vita e la sicurezza delle donne, soprattutto delle donne che non hanno un'autonomia economica e di reddito. 

3. Meno di un mese fa le donne in Italia hanno organizzato delle manifestazioni contro Berlusconi. Era una rinascita del femminismo o solo un' occasione per dire «Berlusconi, vai via» ? 

Il 13 febbraio in tutta Italia c'è stata una grandissima manifestazione di donne (ma c'erano anche uomini) per dire “basta!”. In effetti il confine tra “basta Berlusconi” e “basta maschilismo di Berlusconi” (ma purtroppo non solo di Berlusconi) è molto sottile. Io ho partecipato, assieme a tante altre donne del mio partito e dei movimenti femministi italiani, e l'abbiamo fatto con una nostra forte caratterizzazione. Avevamo tutte un ombrello rosso (o qualcosa di rosso) per essere diverse. Diverse da chi? Dalle donne che pensano che dobbiamo dividerci tra donne buone e donne non buone ( le prostitute), dalle donne che pensano di utilizzare un problema così grande e così profondo, come l'utilizzo e la mercificazione del nostro corpo “solo” per cacciare Berlusconi, dalle donne che non credono che il problema della relazione uomo-donna sia un problema politico. Differenziarci, non dividerci appunto. Nonostante alcune critiche, non di forma ma di sostanza, abbiamo pensato che fosse davvero importante essere in piazza con quelle donne, perchè quelle piazze erano come delle urla, contro tutto ciò che è contro le donne. Noi, donne di Rifondazione Comunista e femministe, abbiamo “urlato” delle cose che diciamo da tanto tempo, e di cui, purtroppo, le altre donne prima non si sono accorte. Magari stando vicine, nelle stesse piazze, adesso ci avranno sentite! Può essere un piccolo inizio di una ricomparsa sulla scena di un movimento femminista in Italia, che esiste ma non ha molta voce da parte dei media. Noi lavoreremo per questo, come abbiamo sempre fatto. 

4. Penso che Berlusconi, facendo ciò che fa, ha provocato anche le donne del suo partito. Non c’erano delle reazioni dalla loro parte? 

Purtroppo le donne del PDL, il partito di Berlusconi, non hanno criticato in nessun modo il premier. Anzi, hanno addirittura pensato di poter organizzare una manifestazione in sua difesa e a suo sostegno dopo quella del 13 febbraio. Posso dirlo con certezza delle donne che hanno incarichi di Governo, come le Ministre, e di molte parlamentari. Non è successo per caso, e purtroppo c'era da aspettarselo, dato il concetto di potere che ha il PDL, e che promuove. Un potere maschile, forte, un potere del leader, unico solo e indiscusso capo del partito. Se si sta in un partito organizzato in questo modo è chiaro che si è abbandonata ogni critica del potere e ogni possibilità di ribellarsi o di dissentire. Per le donne del PDL Berlusconi è sacro, qualunque cosa faccia. Loro non possono dire nulla contro quello che dice o fa Berlusconi, perchè hanno accettato questa «regola» quando sono entrate nel PDL. 

5. Benchè la sinistra di oggi sappia che i problemi delle donne non sono qualcosa da affrontare dopo il socialismo, le relazioni tra i due sessi all’interno dei partiti della sinistra non sono a priori relazioni di uguaglianza. Che fa Rifondazione ? 

Non so quanto sia vero che la sinistra abbia davvero compreso che la liberazione della donna è una priorità, almeno alla pari della liberazione dal capitalismo. Qualche volta ho dei dubbi riguardo a questa cosa, perchè un conto è dirlo, a parole, altro conto è agire e operare, nei fatti, con questa consapevolezza. La strada da fare è ancora lunga, molto lunga. Le relazioni uomo-donna, la critica al potere e alla forza, la rappresentanza paritaria dei due generi, sono punti centrali di un partito di sinistra, ma ancora troppo spesso vengono messi in secondo piano di fronte alla crisi, di fronte ai temi puramente sociali, di fronte alle questioni del lavoro, per esempio. Nei partiti di sinistra, e anche in Rifondazione Comunista, c'è di sicuro una maggiore consapevolezza, una maggiore attenzione alle questioni delle donne, ma purtroppo non possiamo ancora dire che si tratti di partiti liberati dal maschilismo. Il mio partito non è perfetto, e qui dentro noi donne dobbiamo agire ogni giorno il nostro conflitto di genere, perchè il potere maschile non allenta mai la sua presa, a destra come a sinistra. Però posso dire con altrettanta certezza che, nonostante tutto, il mio partito resta uno dei più “ospitali” per le donne, ed è una delle ragioni per cui ne faccio parte. 

6. Le donne di oggi vedono il femminismo come qualcosa di estraneo. Si può dire che non è utile parlare del femminismo al singolare, ma dei femminismi. Se questo è giusto, che tipo di femminismo ha vinto e di che tipo hanno bisogno le donne di oggi?

Su questa domanda ci sarebbe da scrivere per giorni, ma mi soffermerò su un punto, secondo me essenziale per rispondere: parlerò di uguaglianza e differenza. I primi movimenti di donne del secolo scorso sono nati intorno al principio dell'uguaglianza tra uomini e donne, forse perchè nati nell'alveo dell'uguaglianza universale che socialismo e comunismo hanno da sempre promosso. La disparità di trattamento, dentro e fuori dalla politica e dallo spazio pubblico, tra uomini e donne è stata la molla che ha fatto scattare il primo femminismo. La presa di coscienza di non essere uguali. E la battaglia è stata fatta tutta intorno alla rivendicazione della parità. Negli scorsi decenni qualcosa è cambiato, e sono state scritte leggi che provavano a mettere sullo stesso piano uomini e donne, è stata riconosciuta la parità de iure. Oggi, 40 anni dopo l'esplosione del femminismo dell'uguaglianza, che sembra avere vinto quantomeno nelle leggi e nell'immaginario collettivo, possiamo dire con certezza che le donne hanno bisogno di altro, e cioè di scoprire e praticare la propria differenza, perchè l'uguaglianza di diritti non esiste de facto. 
Il mito dell'uguaglianza ha ridotto la donna a una brutta copia dell'uomo, costringendola in regole, linguaggi, comportamenti, che erano solo a misura di uomo, e nei quali è entrata come ospite e non come padrona. Gli ultimi decenni ci hanno insegnato che la nostra libertà è davvero compiuta quando, a parità di diritti, siamo libere di poter anche riscrivere quei diritti per come servono a noi. Non siamo l'altra dall'uomo, ma siamo l'Altra rispetto all'uomo, siamo cioè entrambi, con le nostre differenze, cittadini a pieno titolo del nostro pianeta e delle nostre vite. Riscoprire e praticare la nostra differenza, rifiutare l'uguaglianza che il patriarcato ha sussunto per costruire un'altra gabbia dentro la quale tenerci ferme e zitte è l'obiettivo del femminismo oggi. Per una liberazione reale di tutte le donne del mondo, perché se faremo il socialismo senza preoccuparci di questo non sarà altro che una barbarie un po' più piccola.

lunedì 7 marzo 2011

Bari, quel non-luogo chiamato Cara

Visita al Centro di accoglienza per richiedenti asilo: per gli immigrati mesi di attesa e senso di incertezza
Bari, quel non-luogo chiamato Cara 

Liberazione 6 marzo 2011


Giovedì scorso una delegazione del Prc, guidata da Giovanni Russo Spena e accompagnata da chi scrive, ha fatto visita al Centro di Accoglienza per Richiedenti Asilo-Cara, situato presso il quartiere Palese di Bari. Al momento la struttura, che può contenere 1.400 posti, accoglie 1.331 persone per la maggior parte di provenienza tunisina e prevalentemente ha visto il transito di migranti di nazionalità nigeriana, somala, eritrea.
Anche per la presenza del Cara di Borgo Mezzanone (Fg) e del Cara-Cie di Restinco (Br), la Puglia si caratterizza come un luogo dall’elevato afflusso di immigrati, i quali considerano questa regione solo come un luogo di transito, di passaggio. Tuttavia queste strutture causano forzatamente la formazione di immigrati stanziali che sono costretti a rimanere in Puglia, in attesa del permesso di soggiorno che si fa attendere 3-4 mesi. Parallelamente, l’impegno delle istituzioni è oltremodo insufficiente a gestire e a garantire alloggi, limitando i provvedimenti a soluzioni tampone come gli alberghi diffusi.
Bari è un esempio emblematico del fenomeno di immigrati stanziali: somali, eritrei, etiopi erano costretti a dormire nei giardini di Piazza Umberto o nella stazione di Bari. Dopo mesi di questa situazione, alla fine del 2009, i migranti stanchi e disperati di vivere all’addiaccio hanno deciso di occupare l’ex Ferrhotel e l’ex Scuola Socrate di Bari, due edifici che da anni sono abbandonati al degrado e al disuso e che ora rappresentano due luoghi in cui è possibile assistere ad uno straordinario esempio di autorganizzazione ed autodeterminazione.
Bari è anche città che ospita la presenza di un Cie che negli ultimi anni è stato teatro di numerosi tentativi di “evasione” repressi duramente dalle forze dell’ordine.
Rifondazione Comunista ribadisce la necessità di chiudere questa struttura che rappresenta una vera e propria galera etnica e un luogo dove i diritti più elementari della dignità umana sono calpestati.
Tornando al Cara di Bari-Palese e ascoltando i vari rifugiati politici, il comune denominatore delle loro testimonianze è essenzialmente quello della percezione di un senso di incertezza che domina il futuro delle loro vite. I rifugiati tunisini hanno raccontato la fame e la disperazione durante il governo Ben Alì e il peggioramento delle loro vite dopo l’insurrezione popolare con un coprifuoco militare permanente in tutto il paese. Il dato più duro da rilevare sono i “Casi Dublino”: iracheni, iraniani, curdi che attendono da 11-12 mesi il riconoscimento di rifugiati politici per poter lasciare l’Italia. Una attesa che li sta consumando da dentro e che ha compromesso la loro salute mentale provata da mesi di incertezza, rendendo così necessaria per loro anche l’attivazione di assistenza e cura psichiatrica. 
E’ bene infatti comprendere il fatto che per coloro che arrivano in Italia, il nostro paese è nient’affato considerato come “Lamerica”, ma come un semplice punto di passaggio per raggiungere altri luoghi. I dati sono chiari: in Italia i rifugiati politici sono 50mila, in Germania 600mila. Quasi nessuno dei rifugiati del Cara ha infatti intenzione di rimanere in Italia, la maggior parte intende raggiungere i propri familiari nei paesi del nord Europa, Germania, Francia e Svezia in testa.
Le fasi concitate a cui stiamo assistendo, caratterizzate dall’allarmismo pressante del governo, rivela il presentimento che il razzismo politico che si mostra a questi rifugiati non sia altro che una pedina della campagna elettorale permanente che Berlusconi e la Lega Nord intendono attuare in Italia.
Questi professionisti della paura, insinuando mediaticamente il pericolo di invasioni neobarbariche, si ergono ipocritamente a tutori della salvaguardia della nazione italica. Trascurando completamente l’importanza di comprendere le ragioni che spingono uomini e donne ad abbandonare la propria casa, i propri familiari, la propria vita, per fuggire verso l’incertezza dell’ignoto per il futuro della propria esistenza.
A fronte del fatto che la nostra terra rappresenta un polo di approdo di migliaia di migranti, gli sforzi che la Regione Puglia e gli enti locali promuovono in merito sono assolutamente inadeguati e insufficienti.

Sabino De Razza*, Vito Leli**
*segretario provinciale Prc Bari
**portavoce Gc Bari

venerdì 25 febbraio 2011

L. Palmisano: «Ma quale invasione dell’Italia: costruiamo il futuro qui in Libia»

Leonardo Palmisano

«Ma quale invasione dell’Italia: costruiamo il futuro qui in Libia»
Su internet le paure e la voglia di democrazia delle giovani generazioni

Liberazione 25 febbraio 2011


Il Maghreb è esploso, infine, come non tutti avevano previsto e secondo una direttrice impensabile fino a poco più di due settimane fa. Anche la Libia, che era di sicuro il più solido dei paesi, vede adesso sparire la certezza della tenuta di un sistema economico e politico autocentrato.
Pure, la Libia di Gheddafi canta un altro racconto della rivolta: più degli altri, i rivoltosi libici hanno messo in luce le contraddizioni profonde tra Stato uno autocratico bene inserito nel Mercato mondiale del petrolio e del denaro, e un crescente desiderio di democrazia nei paesi sub occidentali. A differenza della Tunisia e dell’Egitto, Gheddafi ha definito da tempo il suo ruolo sullo scacchiere euromediterraneo come protagonista d’assalto di quote, partecipazioni in holding bancarie e non solo. Questo fatto, conosciuto dai libici per via della forte propaganda del rais, ha cominciato a stridere con le condizioni reali della popolazione, soprattutto laddove essa è più colta e tendenzialmente più libera come a Bengasi. Allora ecco i soccorritori italiani di Gheddafi, Berlusconi e Frattini, interessarsi a malapena delle condizioni dei rivoltosi, ma temere un’invasione di immigrati dal Maghreb, dunque minacciare una chiusura totale delle frontiere se non c’è un intervento dell'Ue. Frattini spara una cifra che varierebbe dai 250 ai 350mila migranti pronti a salire verso l’Italia attraverso i labili confini tunisini, imbarcandosi sulle balancies – le carrette – ormeggiate nei porticcioli. Questo è impensabile e insostenibile per almeno due motivi: non ci sono barche sufficienti, né navi, a spostare un simile contingente di popolazione verso la Sicilia e la Calabria, e non vi è un così forte movimento di gente al confine tra Tunisia e Libia.
Qualche migliaio, forse qualche decina di migliaia approfitta dei contrabbandieri, dei carovanieri che solcano il Sahara, ma non di più. Raggiunti via facebook, questi migranti parlano non di una emergenza umanitaria, ma di un disperato bisogno di libertà, prima che di sicurezza.
Non sono stati cacciati dalle loro case di Zuara o Nalut, per salire verso Zarzis, poi Sfax, passando per Djerba: hanno deciso di spostarsi prima che la repressione li raggiunga perché in Libia regna l’incertezza. Non c’è una leadership riconosciuta tra gli oppositori, e questo è noto alla popolazione. Per questo il rais evoca una regia oscura e straniera, ma non è così, e non può essere così.
Se c’è un regista, beh, si chiama incertezza. Questa incertezza del futuro fa temere più un attacco statunitense che una repressione violenta da parte del raìs in caso di ristabilimento dell’ordine. È paradossale, ma le voci che circolano tra la Libia e la Tunisia sono quelle del timore montante di un intervento di peace keeping che sconvolga ulteriormente i già precari equilibri nell’area meridionale del Mediterraneo. Per questo, ci dicono di non confidare più nel viaggio verso l’Italia come soluzione definitiva, ma come fuga temporanea e per niente gradevole verso un paese alleato del dittatore. La voce dei migranti è quella di nugoli di giovani decisi a uscire dal torpore delle dittature per costruire democrazie nei loro paesi senza che l’Occidente ne esporti i suoi deficitari modelli con il rombo degli aerei e delle bombe.
Temono il roboante sconquasso di una guerra con l’Occidente, perché non si sentono in guerra civile, ma nel giusto di una rivolta che deve scuotere fin nelle fondamenta un sistema quarantennale di potere violento, repressivo, a suo modo fascista. Temono e ce lo dicono, ce lo comunicano con i mezzi del presente: facebook, soprattutto, ma anche mail, sms. «Noi siamo la Libia vera, non lui!», ci hanno urlato in chat, prima del coprifuoco telematico. Prima di una nuova notte oscura nel paese dove a tagliare la cortina dell’oscurantismo del rais sono le fiamme delle molotov del popolo che poco possono contro le affilate lingue di fuoco dei razzi sparati dall’alto sui manifestanti.